Giano dell’Umbria 26 novembre 2011. Inaugurazione della scultura “L’olivo bambino” dell’artista armeno Jora.

TRE OPERE DI JORA.

Rosario immaginario
Rabbia sospesa
Anatomia della leggerezza

di Giacomo Sferlazzo

 

Spesso mi sono chiesto che cosa sia l’arte, se abbia una funzione, se sia necessario che anche l’arte debba avere una funzione. Ultimamente mi sento lontano dagli artisti, confrontandomi con il “lavoro” di alcuni contemporanei  mi è parso che quello che io faccio vada spesso in direzioni molto diverse.Se c’è qualcosa che io cerco nell’atto è il perdersi, o meglio il liquefarsi nell’assoluto, cosa che è vicina al misticismo più che all’arte, e solo chi è trovato può perdersi. Chi ha trovato ha aggiunto, chi è stato trovato ha sottratto. Bisogna levare poco nella materia, specie se si ha a che fare con i legni, con le pietre, con l’aria, c’è poco da modificare nella natura, non si può fare altro che mettersi in comunione con il “Creato”  e non essere più. Se bisogna dare significati , e ritornare all’io, allora voglio che il mio fare sia politico, che dica in “Funzione” dell’altro. Quando ho visto ciò che fa Jora, non ho visto “Significati” e tantomeno “Significanti” ma unospiraglio verso l’assoluto, è chiaro il disinteresse di Jora per se stesso, e questo è già un principio di misticismo, chi si accosta alla natura con fede, per grazia di Dio è già fuori dall’arte. Siamo orfani della Grecia antica, e questo essere senza patria ci rende finalmente meno schiavi di noi, ma più nostalgici sul cosa poteva essere di noi e del nostro fare, in un altra terra, in un altro tempo. Mi sento vicino a Jora, al suo timido mostrarci una via piena di luce e di aria, piena di redenzione e di attenzione. Il gesto del levare e dell’essere trovati è cosa che avvicina Jora agli scultori dell’età classica, non c’è per fortuna nessuna aspirazione alla modernità e all’occidente nel suo lavoro, la forma è perfetta perchè non vuole stupire, la bellezza si nasconde e quando si mostra lo fa per eccesso di mimetismo in ciò che la circonda, la bellezza è discreta, come nella musica le pause e il respiro sono necessarie per il suono, cosi nelle arti che implicano la materia, l’aria e la luce hanno valore tanto quanto la materia, ciò che cerchiamo di perdere nella materia è già in ciò che le sta intorno. Jora non è un artista, per fortuna o per grazia è nell’arte. 

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di Costanza Ferrini

 L’autopsia dell’olivo bambino – dice Jora – è l’unica scultura in legno d’olivo che ho fatto sulla parte viva d’un albero. Di solito uso solo legno di potatura. L’autopsia dell’olivo bambino è tutta nella scorticatura del ramo. È una ferita dell’anima nascosta in corpi apparentemente normali simili agli altri che ci passano accanto. È visibile però nel loro sguardo per questo richiede attenzione, bisogna soffermarcisi.

Come ferita, il ramo appena scorticato e lavorato – lucido che pareva avorio si è annerito d’acqua di sole, di neve. Per questo l’autopsia dell’olivo bambino richiede tutto il tempo che il nostro sguardo impiega a cercare il ramo a scoprirlo tra le foglie che lo ricoprono come il lavoro di scultura sotto la patina del tempo. Voglio lasciare che il ramo-ferita torni ad essere come un qualsiasi altro ramo nel tempo lontano in cui l’olivo si potava da solo.

Lasciare che dalla natura, che mi offre le forme per lavorare, l’arte ritorni alla natura.

L’Associazione all’ombra del mediterraneo ha invitato Giacomo Sferlazzo per inaugurare il primo momento in terra dell’olivo bambino, visto che precedentemente era in vaso.

Il lavoro artistico di Giacomo Sferlazzo, come la natura dell’olivo bambino, parte dal movimento. Per prima cosa l’olivo bambino è salito su una gru ed è entrato dalla finestra del Centro Espositivo di Arte Contemporanea della Rocca Paolina a Perugia nel 2007 e poi con la sua ombra è stato a Roma, a Venezia, in Calabria, in Provenza. D’altro canto, senza il movimento dei migranti e del mare, il lavoro di Giacomo Sferlazzo a partire dalla sua terra forse non sarebbe nato, né il senso d’essere al centro d’una spirale che s’allarga nel Mediterraneo. Egli raccoglie oggetti abbandonati dai migranti nelle barche che li hanno trasportati: bibbie, corani, lettere, amuleti, tè e teiere … e, con rispetto quasi religioso, costruisce  con essi delle opere insieme ai pezzi delle imbarcazioni distrutte, tratti dal cimitero delle barche.

Ora che questo olivo bambino è stato messo in terra ha bisogno di persone che continuino a farlo viaggiare nell’elemento che simboleggia, anche se lontano dalle battigie del Mediterraneo.

L’assonanza profonda fra i due artisti, forse, sta anche nel loro modo di pensare l’arte come qualcosa di necessario. Dinnanzi a forme trovate, offerte dalla natura o dal cimitero delle barche che sono sotto gli occhi di tutti, loro vedono ciò che noi non siamo in grado di cogliere.

C’è in entrambi un comune rispetto per la materia, per la natura, per il tempo che ci vuole a entrare in relazione con un ramo o con un oggetto per coglierne l’anima, l’essenza. Li accomuna in tutte questi gesti d’arte un amore smisurato per la bellezza.

Giacomo Sferlazzo usa il linguaggio delle parole, della musica, del video, ma anche dei maestri d’ascia. Jora ha rappresentato la sua anima di scorticato, arrabbiato, a partire dal suo amore per gli olivi che ha frequentato assiduamente: li ha visti slupare, e fiorire, li ha potati, raccolti, ha visto frangere le olive. Non è un artista che si avvicina alla cultura dell’olivo come un turista della domenica, la sua arte nasce in oliveto.

Anche Sferlazzo è cresciuto e vive a Lampedusa e non ci va in vacanza d’estate. Sono due artisti di frontiera per motivi biografici diversi: il primo perseguitato dalla guerra, il secondo perché residente nell’ultima e più estrema frontiera d’Europa. Giacomo, da quel suo punto d’osservazione, al ritmo degli sbarchi che si susseguono da vent’anni,  con l’amore e la conoscenza della sua isola, racconta, canta e soprattutto fa il Mediterraneo che ha dentro di sé, quello che gli bagna i piedi, quello che accorda il respiro del suo sonno e dei suoi figli, quello che scortica i corpi di chi arriva.

Come diceva Naguib Mahfouz, premio Nobel per la letteratura, alla base d’ogni scrittura e d’ogni arte c’è l’amore per un luogo e per delle persone. Il mio mondo è il vicolo e l’ho narrato come ho voluto, con esso ho attraversato il mondo.  La Lampedusa che per lui è musa, Lampemusa, Giacomo Sferlazzo l’ha saputa ricreare per farci vedere e ascoltare da lì l’intero Mediterraneo.

Costanza Ferrini, Giano dell’Umbria 26 novembre 2011

 

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