Oggetti.

Gli oggetti appartenuti ai migranti passati da Lampedusa sono stati raccolti dal colletivo Askavusa a partire dal 2009.

foto di Gianluca Vitale.

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Gli oggetti, tutti gli oggetti, trattengono e rilasciano energia, tutta la materia è energia, vibrazione, movimento, la materia è modificata da questa energia che la trapassa, che la de-genera, che la fa cambiare in eterno, dall’interno e dall’esterno. Noi stessi siamo parte di questo movimento eterno.

Come ci si può relazionare con gli oggetti allora ? In tanti modi ovviamente.

Ma un mistico, un’artista, un filosofo, non devono forse cercare negli oggetti qualcosa che vada oltre la loro forma, la loro funzione, la loro solidità anche se da questa ognuno è costretto a partire. E forse, il punto di arrivo non è nuovamente una forma, una funzione, una solidità. Gli oggetti si ricreano ogni volta, sia a livello energetico che a livello culturale, ogni volta che qualcuno si pone davanti loro come spettatore, come studioso, come manipolatore. Tutto è in perenne trasformazione, bisogna fare i conti con questo, sempre, anche gli oggetti, per quanto noi possiamo fare sforzi per “fissarli” con i restauri, con le protezioni, archiviandoli, dando loro dei valori, anche questi sono destinati a ritrasformarsi, a diventare altro, e non solo fisicamente, ma anche culturalmente e da un momento all’altro, in maniera simultanea, basta che chi guarda cambi prospettiva e gli oggetti assumono un altro valore, un altro significato, un’altra forma. Insieme al collettivo Askavusa ci siamo chiesti diverse volte cosa farne di questi oggetti: dopo averli salvati dalla distruzione certa, dopo averli custoditi, dopo averli rielaborati, dopo avere tentato insieme ad altre realtà di musealizzarli, dopo aver visto in questi la possibilità di una carica politica,di un valore spirituale addirittura. Con questi oggetti si può fare di tutto, ma senza nessuno che li guarda e si relaziona con loro, restano innocui, inespressi(vi).

Oggi credo che questi vadano mostrati, non studiati, non catalogati, non restaurati, non “rinchiusi”, ma mostrati , senza aggiungere altro. Mostrarli senza alcuna informazione didascalica non è un atto neutrale, non è una ricerca dell’oggettività, l’oggetto non è mai oggettivo, è fatto per buona parte da chi osserva e da come si mostra.

L’altro aspetto che credo sia importante è non avere aspettative, non aspettarsi niente da chi guarda, tanto meno dall’oggetto, non volere nulla, non aspettarsi nulla. Allora perchè bisogna mostrarli, chiederà qualcuno, perchè salvarli, custodirli, pulirli ? Bisogna rovesciare la volontà, farla tacere, cosi come l’illusione di una causalità. Raccontandoli questi oggetti assumeranno altri valori, descrivendone la provenienza, l’anno in cui sono stati trovati, chi li possedeva, il materiale di cui sono fatti, dove sono stati prodotti, ma più si descriverà l’oggetto, più perderà energia, valore intrinseco, più il concetto si stacca dalla forma, dalla funzione, dalla materia, dall’energia e più diventa altro dall’oggetto.Scegliere significa includere/escludere. Nel fatto stesso di salvare questi oggetti e conservarli si sono escluse altre possibilità, già il fatto di averli considerati vitali è una scelta che ne esclude altre e definisce cosi un modo di considerare questi oggetti, di rifarli di nuovo. Rappresentare è simulare. Una giungla di segni è l’universo. Un fraintendersi su tutto. Si sceglie anche la rinuncia. Cosa possono questi oggetti ? Chi ri-definisce l’oggetto lo ri-costituisce, chi lo ha salvato lo ha già posto su un livello nuovo, da spazzatura è divenuto simbolo stratificato. Lo stesso avviene con i corpi dei migranti, li si rappresenta sempre, specialmente da un punto di vista mediatico, in realtà non ci sono “Migranti”, “Clandestini”, “Turchi” , queste categorie si creano per comodità politica e di linguaggio, il linguaggio da l’illusione di scegliere e definire, ma in realtà siamo scelti sempre dal linguaggio che è come una strettoia da dove non si può uscire mai, neanche con l’errore più grande, l’errore è sempre previsto nel linguaggio, si resta intrappolati in una gabbia, dove si può dire solo quello che è dicibile. Prima si creano i migranti, poi si creano i loro corpi, che rimangono sempre e solo corpi fisiologici: hanno fame,sete, freddo,vanno curati, cosi si rappresentano i corpi dei migranti: animali in fuga da un mondo altro. Prima si creano i migranti, in tutti i sensi: politico, culturale, mediatico e poi si costituiscono i loro corpi, che non dicono, sono muti, non hanno la possibilità di rivendicare secoli di crimini europei che ognuno di loro porta dentro i polmoni, la testa, nelle gambe, sulle spalle, a volte inconsapevolmente, a volte consapevolmente. Le storie dei singoli vengono soffocate dalla cronaca dei numeri, dalla rappresentazione di stato, questo essere dei corpi tutti uguali, con gli stessi bisogni, fa diventare tutti coloro che arrivano a Lampedusa animali/merce. Nel migliore dei casi si riconosce a loro la possibilità di pregare, ovvero, di essere nuovamente massa, di fedeli, in questo caso, da un certo punto di vista, la preghiera può essere descritta come un ulteriore bisogno fisiologico. Animali religiosi. Non c’è spazio per l’individuo nella rappresentazione, anche perchè complicherebbe tutto, ogni individuo a prescindere se sia in viaggio o meno, se sia fermo o in movimento, ogni individuo è irrappresentabile, se non con la menzogna o altrimenti come processo di continuo mutare. Non si rappresentano gli individui, perche gli individui sono rappresentabili solo come eccezioni. Dagli oggetti appartenuti a questi individui, si pretende invece una voce, si pretende che essi parlino, o meglio che vengano parlati, che siano i mezzi della propria voce, del proprio pensiero, del proprio metodo, della propria cultura e questo a monte, cioè si vorrebbe confezionare l’oggetto, dargli non solo una voce, ma anche un messaggio. L’oggetto invece parla muto, dice messaggi intraducibili, anche qui continui fraintendimenti. Anche qui continue scelte. Anche qui qualcosa manca sempre. Queste trappole sono ovunque, pronte a scattare al minimo passo falso. Non voglio dire con questo che studiare gli oggetti, identificarli, dargli un nome, un sottotitolo, proiettarsi sull’oggetto non si possa fare, o sia sbagliato. Non so cosa è giusto e sbagliato. Non so cosa debbano fare gli altri. So quale è il percorso che voglio fare con questi oggetti (che non è mai definitivo). Ognuno ha motivazioni, argomentazioni, studi da portare a supporto delle proprie tesi. Semplicemente io sto cercando di ritrovare la strada che mi ha portato in quella discarica.

Giacomo Sferlazzo. 2013

Foto di Andrea Kunkl.
Giacomo Sferlazzo nella discarica di Lampedusa 2010.

La prima volta che andai al cimitero delle barche, stavo cercando, come spesso mi capitava fare , qualcosa che mi stupisse , nella spazzatura. Ho sempre avuto una curiosità nei confronti degli oggetti, ricordo i saloni dei miei nonni pieni di cose nelle credenze, tutti avevano una storia, si trascinavano dietro un ricordo, molti non erano belli, ma esercitavano su di me un fascino particolare, ed erano li da sempre, ogni tanto se ne aggiungeva qualcuno, altri addirittura erano stati del padre o di qualche zio dei miei nonni, tutti erano esposti con molta cura e a me sembravano tutte cose di molto valore. Anche a casa mia molti oggetti avevano una storia e venivano trattati con una certa cura, ricordo bene due piccoli cani d’argento che mia madre mi raccontò averli da quando avevano aperto il primo negozio di oro e argenti a Lampedusa, ma la cosa durò poco, in famiglia non abbiamo il senso degli affari, ma ogni volta che vedevo quei piccoli cani tornavo indietro in un tempo che io non avevo mai vissuto, e vedevo mia madre e mio padre indaffarati a sistemare anelli e collanine , vestiti come avevo visto in foto , giovani, e con una malinconia che negli occhi di mia madre diventava una canzone scheletrica fatta di pochi accordi e una melodia cantata da una voce rauca e di una bellezza sovraumana. Poi più io crescevo e più molti oggetti venivano cambiati di posto o conservati in qualche scatolone di cartone , alcuni come i cani d’argento acquistavano per me sempre più valore, altri venivano buttati. Con maggiore velocità vedevo oggetti comparire in casa per scomparire molto velocemente, non so se ero cresciuto io e il tempo e lo spazio erano mutati per sempre ,se davvero era scomparsa quella magia attorno le cose o come dopo poco avrei letto :gli oggetti cominciavano ad essere progettati per diventare prima possibile rifiuti, merce da sostituire con maggior velocità possibile. Ricordo mio zio Fortunato, che mi portava spesso alla discarica dove lui andava a raccogliere cose, sistemarle, modificarle e poi Pasquale un grande amico che dalla spazzatura anche lui tira fuori di tutto e addirittura si è costruito una casa con ciò che gli altri buttano, che per me è un opera d’arte e un segno di una civiltà che deve venire.

Ricordo quando ancora l’immigrazione non aveva cambiato il volto di Lampedusa , che mi aggiravo nella discarica dell’isola cercando come un tesoro, tutte quelle forme, quei materiali, quelle storie che si intrecciavano con la mia fantasia e mi riportavano alla mia infanzia, a quella caccia all’invisibile che mi portavo dietro da sempre, spesso trovavo cose o semplicemente giocavo dentro qualche macchina sfasciata guidando in strade desertiche o addirittura volando tra lavatrici e mattonelle colorate.

Ma quando per la prima volta trovai tra cumuli di legni tritati un pacchetto con lettere e foto e testi sacri , nessuna sensazione che avevo provato nei miei viaggi tra le cose buttate , fu paragonabile. Era come avere trovato quello che per molto avevo cercato, avevo trovato la testimonianza di una umanità avvolta nel mistero della vita e forse il mistero stesso. Fu come essere partecipe della storia dell’umanità tutta, fu come avere scoperto le piramidi d’Egitto , come incamminarsi per una strada che alla fine ha una promessa di luce e liberazione ma che mentre la percorri è intrisa di dolore e ingiustizia. Allora cominciai a tornare al cimitero delle barche con molta frequenza, e poi con tutti i miei amici di Askavusa l’associazione di cui faccio parte, sempre trovavo qualcosa che avesse valore , dai corani alle bibbie , alle foto , documenti, utensili da cucina, pacchi di cous cous, bustine di the, scarpe , vestiti e sopratutto lettere. Per me fu naturale usare i legni di barche, i testi sacri e altri oggetti per realizzare delle opere, volevo restituire al mondo la voce soffocata degli ultimi, ma volevo restituirla con forza, cercando la bellezza, cercando la forma , cercando di consegnare ai figli di chi da Lampedusa è passato un segno di rispetto, di vicinanza, di amore per l’umanità, un segno di memoria che si rischia di perdere ogni giorno, tant’è che l’anno scorso qualcuno diede fuoco al cimitero delle barche, ancora oggi aspettiamo di sapere chi è stato. Decidemmo con altre associazioni, tra cui Legambiente e LIMEN di costituire un museo sulle migrazioni di Lampedusa, che potesse parlare anche delle migrazioni degli animali che da questa isola passano proprio come gli uomini, ma con più semplicità, con la libertà che la natura ci ha dato e che noi non sappiamo gestire e favorire.

L’arte è anche un processo di critica e rielaborazione del mondo, rielaborare la materia , significa avere a che fare con energie , proprio come gli oggetti nei vecchi saloni dei nonni, questi legni , queste foto, questi oggetti portano con se storie incredibili, energie attive che si sprigionano. Spesso mi sono sentito un chimico delle energie, più che un artista, perche trattare queste cose, che erano spazzatura, che erano pronte per essere distrutte per sempre, ma che in realtà hanno un valore inestimabile e che quando le tocchi scatenano cose nel profondo di chi ha un minimo di sensibilità , e come camminare su un filo ed è facile cadere quando si cammina su un cordone ombelicale che dalla nostra pancia ci riporta alla sacralità delle cose, della vita e della spazzatura, ma è un rischio che l’artista deve correre.

Spesso è in ciò che si percorre la meta  per cui ci affanniamo ad arrivare.

Giacomo Sferlazzo. 2011

 

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Il “nuovo” cimitero dei barconi a Lampedusa. Foto di Giacomo Sferlazzo. 2013

Opere di Giacomo Sferlazzo.

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