Leiden 24/07/2014

 

Leiden è la città di Rembrandt, il pittore che con Caravaggio ha saputo rappresentare la luce e l’ombra nella maniera più alta che si possa rintracciare in tutta la storia dell’arte. Un posto molto bello, dove tutti vanno in bici e parlano piano. Camminando per le vie attraversate dai canali, penso a quanto sia ordinato e pulito questo posto, e alla possibilità di viverci per un po’ di tempo, ma capisco subito che non sarebbe possibile, quando mi viene in mente  Lampedusa, le ultime voci sentite prima di partire, voci che parlavano di nuovi radar ad uso militare, che verranno installati sull’isola.

Andiamo a mangiare in un locale dove si fa il kebab e le falafel, che sono una delle cose che a Lampedusa non si trovano e che a me piacciono tantissimo. Entriamo e cerchiamo con il nostro maldestro inglese di farci capire, io mi allontano e lascio Alessandra al bancone, che dopo qualche minuto riesce a ordinare. I miei figli guardano la cartina dell’Olanda appesa al muro, e anche la pioggerellina che ci ha costretto ad uscire con l’ombrello in agosto, non è la prima volta, ci era successo anche a Bruxelles, ma per noi è sempre una cosa divertente.

Ci sono due uomini al bancone, uno è molto serio, certi momenti sembra proprio arrabbiato, l’altro invece è l’opposto, ha un leggero sorriso che tiene sempre sulla faccia, cambia espressione solo quando fa i conti. Da l’impressione di essere il gestore del locale, non solo perche sta anche alla cassa, ma  per come si muove dietro al bancone, come se fosse a casa. L’altro invece sembra che aspetti l’orario per andare via, di sicuro non sono olandesi. Mentre gustiamo i panini, si avvicina verso di noi, il tipo sorridente, ci chiede se siamo italiani, io ho qualche perplessità, per me diventa sempre più difficile rispondere si a questa domanda, vorrei dire no, ma so che il discorso prenderebbe una piega troppo complicata per il mio inglese. Rispondo di si, ma specifico che sono di Lampedusa: una piccola isola nel Mediterraneo che sta sotto Tunisi. Lui non conosce Lampedusa, per certi versi la cosa mi fa piacere. Chiedo a lui da dove viene, sento che il mio inglese in fondo può farmi avere una conversazione decente, almeno con quest’uomo. Lui risponde che viene dall’Iraq, ci dice che ama l’Italia, ed indica fuori riferendosi alla pioggia, il suo sguardo diventa malinconico di colpo. La sua maglietta è di una marca italiana, chissà dove è stata prodotta. In Olanda non c’è niente, dice e io gli chiedo perche allora è a Leiden. Mi racconta del suo arrivo in Olanda, diciassette anni fa, è un rifugiato, e non può tornare più nel suo paese. Tutta la sua famiglia e sparsa per il mondo. Mi mostra delle foto dell’Iraq oggi, la guerra li non si è mai fermata, le immagini sono tremende, evito ai bimbi lo schermo del computer. Le tv e i giornali non parlano più dell’Iraq dice, ma non mostra mai rabbia. Io dentro di me mi chiedo che differenza c’è tra quei morti e quelli nel Mediterraneo. Perche per certi morti si accendono i riflettori e per altri no ?

Gli chiedo se si trova bene con gli olandesi e lui risponde che sono bellissime persone, sono unite e aperte. In Iraq siamo divisi invece e dall’esterno del paese armano le diverse fazioni e fanno di tutto per aumentare questi conflitti.

Sul suo profilo Facebook ci sono postati diversi video e foto, una di Saddam, un grande uomo, ripete più volte. Il problema sono gli USA, Israele e l’Inghilterra, hanno ridotto l’Iraq ad una guerra permanente, e stanno facendo lo stesso in tutta quell’area. Io dico ironicamente che però ora hanno i diritti umani e la democrazia, lui riprende il sorriso, ma non è più come prima. Parliamo della Palestina e poi  gli racconto di Lampedusa e di come tanta gente che scappa dalla guerra passi da li, ma non c’è ne il tempo ne il modo di approfondire. Lui mi dice che ora in Olanda è più difficile entrare da rifugiato, perche il mercato del lavoro è saturo. Mi vengono tante cose in mente, ad esempio che non tutti i migranti conoscono Lampedusa, che la maggior parte dei migranti sono arrivati in Europa da altri canali, che la maggior parte sarebbe rimasta volentieri nel proprio paese, che se non avessi moglie e figli andrei a combattere in Siria o su un altro fronte contro le forze imperialiste, che i nuovi radar che vogliono montare a Lampedusa sono conseguenze dello stesso male, cosi come lo è il MUOS, le morti nel Mediterraneo e in Palestina.

Tornati a casa, leggo qualche notizia che arriva dall’Italia, ma non  mi riconosco in nessuna posizione che leggo, l’Ialia è veramente un paese moribondo, da tutti i punti di vista.

Spengo il computer e penso ai compagni di Askavusa e ho voglia di scrivere qualcosa, per liberarmi dai cattivi pensieri e penso al festival che ci ostiniamo a fare. Penso che per ora quell’isola è il mio fronte e le armi che mi sono toccate in dote sono una chitarra e la mia voce, certo veramente poco, ma rischio di farmi schiacciare da un forte senso di impotenza se non provo a fare qualcosa.

 

L’indomani sono tornato e ho regalato un mio cd all’uomo iracheno, ci siamo guardati un attimo negli occhi e abbiamo sorriso insieme.

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