La parola è bussola

L’associazione Askavusa presenta l’installazione:

 La parola è bussola

a cura di Askavusa con la collaborazione di Costanza Ferrini

di

Giacomo Sferlazzo e Costanza Ferrini.

 E’ impossibile conoscere gli uomini senza conoscere la forza delle parole.

Sigmund Freud

 Trovassi un uomo che dimentica le parole per parlare con lui.

Zhuang Zi

 La parola è un’ala del silenzio.

Pablo Neruda

Chi arriva a Lampedusa spesso ha nello sguardo il silenzio. Cosa sia il silenzio di chi ha affrontato un viaggio lungo, che spesso è fatto di deserto, di prigione, di mare e sempre è accompagnato da violenza e dalla possibilità della morte, cosa sia questo silenzio io lo intuisco, ma come si fa a descriverlo? Chi ha dato grande valore alla parola si trova in misura maggiore a fare i conti con il silenzio. Ci sono silenzi fatti di pace, di assenza, silenzi pieni di rumore come quello del motore della barca che diventa un sottofondo interminabile che riempie e giustifica il silenzio, silenzi pieni di suoni come quello del mare che nel momento in cui il motore finisce il suo ronzare continuo, di botto, senza preavviso, diventa un terribile dolce avviso di pericolo e lì si rimpiange l’altro silenzio rumoroso, ci sono silenzi che uno si porta dentro come un desiderio che non bisogna dire neanche a se stessi per paura di svelarsi la possibilità della morte, ci sono silenzi che precedono la parola e sono come dei legni d’aria che la lingua scolpisce, e ci sono di quei silenzi che uno si porta negli occhi e che ha paura di dire, perché questi silenzi si possono solo gridare e non hanno da dire, perché chiedono senza “Parola”, parlano senza parlare, mostrano senza apparire, gridano senza gridare. Poi c’è anche “Il Silenzio” che non è assenza di parole, ma assenza di suono. La qualità di una parola si misura dal silenzio che la precede e spesso da quello che ne consegue, ci sono le parole tra le parole, i discorsi, i dialoghi. E poi c’è la parola che è bussola, che salva in quanto indica il posto in cui arrivare, nel migliore dei casi, la strada da percorrere, e non per arrivare da qualche parte, ma per ritrovarsi. E per ritrovarci abbiamo bisogno di punti di riferimento oppure di perderci per sempre. Nella preghiera, che spesso ricorre nelle lettere dei migranti, nei testi sacri, nelle icone, nella musica religiosa, la parola si fa bussola. La bussola deve il suo nome alla scatola in legno di bosso che originariamente conteneva tale strumento. L’albero di Bosso era nell’antica Grecia sacro ad Ade, protettore delle piante sempreverdi e simboleggiava l’eternità. L’etimologia della parola buxus deriva dal termine greco Pyksos che, se si considera Pyx “pugno chiuso” e Pyknos“stretto, serrato”, con riferimento al legno durissimo e liscio, con il quale un tempo si fabbricavano le tavolette da scrittura e le pissidi, cioè coppe per la conservazione delle ostie consacrate. C’è un legame tra la scatola che custodiva la bussola e quella che conservava l’ostia: il legno e legno etimologicamente viene dal latino legere che significa raccogliere, scegliere ed anche leggere deriva dalla medesima parola. Leggere e legno hanno la stessa origine etimologica, nel raccogliere e mettere insieme, e forse è proprio questo che traccia la nostra rotta, scegliere, raccogliere dunque scartare il resto per affidarci a ciò che in realtà ci chiama senza parole e definisce la realtà. La parola esclude, la parola seleziona, la parola raccoglie, il legno è raccolto per essere arso, per essere lavorato per farsi significato, tanto quanto la parola. La barca è legno, la parola è bussola, e come la bussola indica un punto per mettere in luce gli altri. La parola se è bussola raccoglie e definisce una porzione del tutto, sceglie a cosa riferirsi, ma non esclude il resto, ne dà solo una posizione da cui orientarsi. Nella parola-bussola tutto coesiste. I migranti pregano e si raccomandano a Dio nella speranza di potere arrivare altrove vivi e la preghiera non è parola pensata ma recitata, letta. Nella preghiera vi è la possibilità di affidarsi alla”Parola”, di non trovare la parola dentro sé, ma di raccoglierla, e trovare sé nella parola. Se la tensione al divino nasce nell’uomo con la scoperta della morte, la parola ne diventa da subito l’indispensabile mezzo per esorcizzarla e mitizzarla. La nascita di Dio avviene con la morte dell’uomo. Così chi va via dalla propria terra porta con sé alcune cose che lo ricollegano al suo essere umano, il cibo, il tè, lo spazzolino da denti, le sigarette, le foto e, cosa che a me ha dato sempre più da pensare, l’essere umano porta con sé la parola scritta nei fogli e custodita nei silenzi. Spesso sacra e a volte magica, come negli amuleti fatti di segni e parole di lingue sconosciute, nella parola di questa umanità spesso si ritrova tutta l’umanità ed è facile che nelle lettere dei migranti di tutto il mondo si possa rintracciare ciò che ci unisce di fronte al mistero della vita, quell’incertezza stessa della vita che si fa più presente con la possibilità della morte. La vita stessa è un continuo migrare da uno stato all’altro, nel viaggio che vi raccontiamo però c’è scomodità, sofferenza e speranza, c’è puzza, c’è violenza e morte, ci sono corpi buttati in mare e corpi abbracciati e coperti all’arrivo, ci sono il bambino che il mare custodirà per sempre facendone corallo e madreperla e i bambini che diventeranno nostri figli e custodiremo noi come cittadini speciali, c’è vomito, sangue e sale, c’è il mare gigantesco blu che avvolge tutto, c’è il deserto gigantesco giallo che avvolge tutto, ci sono miliardi di parole sussurrate, taciute e scritte e c’è la parola come bussola che è medicina, guida e salvezza.

Giacomo Sferlazzo

Gli oggetti

La prima volta che andai al cimitero delle barche, stavo cercando, come spesso mi capitava di  fare, qualcosa che mi stupisse, nella spazzatura. Ho sempre avuto una curiosità nei confronti  degli oggetti…giocavo dentro qualche macchina sfasciata guidando in strade desertiche o addirittura volando tra lavatrici e mattonelle colorate. Ma quando per la prima volta trovai tra cumuli di legni tritati un pacchetto con lettere e foto e testi sacri, nessuna sensazione che avevo provato nei miei viaggi tra le cose buttate, fu paragonabile. Era come avere trovato quello che per molto avevo cercato, avevo trovato la testimonianza di una umanità avvolta nel mistero della vita e forse il mistero stesso. Fu come essere partecipe della storia dell’umanità tutta, fu come avere scoperto le piramidi d’Egitto, come incamminarsi per una strada che alla fine ha una promessa di luce e liberazione, ma che mentre la percorri è intrisa di dolore e ingiustizia. Allora cominciai a tornare al cimitero delle barche con molta frequenza, e poi con tutti i miei amici di Askavusa l’associazione di cui faccio parte, sempre trovavo qualcosa che avesse valore, dai Corani alle Bibbie, alle foto, documenti, utensili da cucina, pacchi di cous cous, bustine di tè, scarpe, vestiti e soprattutto lettere.

Giacomo Sferlazzo

Il cerchio

Il cerchio è uno spazio sacro da millenni. E’ il simbolo dell’esistenza e del suo perpetuarsi. Per questo è un luogo che cura, perché porre al centro del cerchio significa mettere la persona in contatto con il centro stesso dell’energia che crea. Uno spazio dunque nel quale è compreso il cielo e la terra e nel quale l’uomo può comprendere la sua massima estensione. Se infatti apprende dalle nuvole, dalla terra e dagli altri elementi della natura l’uomo deve rendersi conto che la sua casa è il mondo intero.. In tutto questo il mistero è in ogni cosa che riguarda anche l’uomo. La più bella variante di questo simbolo è il cerchio con la croce in mezzo dove le braccia della croce stanno simboleggiare i quattro punti cardinali e questa variante sta ad indicare ancor più precisamente l’espansione dello spirito verso tutte le direzioni possibili. Quando l’uomo si esclude dal cerchio, il cerchio rimane simbolo del cielo, del sacro, dello spirituale. Il quadrato invece rappresenta il cosmo, la materia, la condizione terrena….La cupola, come a San Sepolcro di Gerusalemme, rispecchia la volta dell’universo. Jean Ries. Nell’installazione La parola è bussola la tavola rotonda posta, al centro del cerchio degli oggetti, accoglie coloro che si guardano reciprocamente dai quattro punti cardinali equidistanti dal centro, rappresentato dalla bussola, dalla parola che è fonte d’energia di orientamento, di centro. Le mani dei quattro uomini che si siedono ai quattro punti cardinali, nelle quattro sedie e le scritture che da esse fuoriescono sono espressioni delle diverse manifestazioni d’energia che compongono lo stesso cerchio che unisce i quattro punti cardinali. Chi sono le persone che costituiscono il cerchio? I volti degli infiniti punti che congiungono tra loro i quattro volti seduti ai punti cardinali? Sono la gente del porto che a quell’approdo è arrivata in un altro tempo, e i migranti approdati ora, insieme. Gli abitanti dei porti mediterranei sono per la maggior parte esiti di un viaggio, di un transito finito in sosta, provenienti da un’altra costa, da un’altra isola. Il cerchio è il momento in cui migranti di oggi e migrati d’un altro tempo sono assieme. Il tempo in cui si guarda questo cerchio mostra diversi popoli che stanno già sulla banchina o che stanno approdando allo stesso porto. Il cerchio, il momento in cui lo si guarda è il luogo, è la terra. E il mare è il Mediterraneo. Molti pensano che il luogo dove accade questo accostamento di volti debba essere al di fuori della terra, nell’utopia e invece no è proprio qui sulla terra. Quando gli abitanti erano migranti a loro volta, altri abitanti erano al loro posto, all’approdo. Chi sa chi trovarono i lampedusani a Lampedusa quando arrivarono per ristorarsi, finiti lì per naufragio, in fuga da una guerra e poi ammaliati dalla bellezza dell’isola o dalla forma delle nuvole decisero di eleggerci il loro domicilio? Il cerchio è il momento in cui si guarda la terra e i punti cardinali come in una cartografia di profili sono rappresentati da quattro diversi uomini a seconda del tempo nel quale lo si guarda. Il cartografo Francesco M. Levanto nel suo Specchio del Mediterraneo si prese la briga di disegnare i profili delle coste viste dal mare, per consentire ai naviganti di avere dei punti di riferimento guardando il profilo della costa. Anche qui fra oggetti e scritture ciò che si vuol fare è proprio ritrarre i profili degli uomini che costituiscono uno vicino all’altro con i loro visi il cerchio del Mediterraneo al quale si affacciano anche da altri continenti. Il tempo è il lungo viaggio che contiene tutti i cerchi formati da tutti i profili diversi di altri uomini che si sono affacciati a questo mare in cerca di salvezza, nei secoli, negli anni, nei mesi scorsi. Il punto d’osservazione del cerchio di oggi è Lampedusa. Il cerchio degli oggetti ha un’apertura a sud, la porta di meridione che dà l’accesso allo spazio del cerchio è il limen che è stato così chiamato – scrive Isidoro di Siviglia – “in quanto posto di traverso come un limes, ossia un confine, e perché attraverso di esso si entra e si esce da una casa come da un campo”. E’ il ricordo della terra che ci è data da custodire ancora una volta, anche se è coperta non da un tetto, ma da una volta celeste è la perpetuazione della vita: dentro la casa per il genere umano e fuori per la terra, ma la porta d’accesso ha lo stesso nome.

Costanza Ferrini

Perché un Luogo della memoria delle migrazioni a Lampedusa

Lampedusa è per ragioni geografiche un punto di passaggio. L’entità e la natura dei movimenti migratori registrati sull’isola coinvolge tanto animali, quanto esseri umani. È per spiegare e creare un luogo che testimoni il transito – in particolare umano – e il ruolo di Lampedusa nei secoli rispetto a questi passaggi che i membri di Askavusa insieme a studiosi, attivisti e ai migranti stessi vogliono realizzare a Lampedusa un centro di documentazione e studi che sia anche laboratorio di arte diffuso su tutta l’isola.
Questo processo nasce spontaneamente, alimentato dalla curiosità verso ciò che generalmente viene etichettato come “diverso”.
La raccolta e la conservazione degli oggetti inizia nel 2009, attualmente la collezione è arrivata a circa un migliaio tra : vestiti, scarpe, legni di barche, foto, lettere, utensili da cucina, audiocassette etc..
Inoltre sono state recuperate tre barche che per il momento sono conservate in un terreno messo a disposizione dalla parrocchia di Lampedusa. Presto comincierà la catalogazione degli oggetti e un proggetto audiovisivo sulla memoria degli anziani dell’isola.

ASKAVUSA
L’associazione culturale Askavusa ( A piedi scalzi) nasce nel 2009 a seguito delle manifestazioni contro la realizzazione di un CIE a Lampedusa e tutte le sue iniziative sono frutto di lavoro volontario. Askavusa organizza sull’isola il Lampedusainfestival, festival di documentari e cortometraggi sull’immigrazione e altri temi : l’ambiente, la democrazia, la memoria etc. ed è tra i festival fondatori della “Rete del caffe sospeso” rete di festival in mutuo socorso.
Il Lampedusainfestival è stato selezionato dall’ UNAR come buona pratica contro il razzismo ed ha ricevuto per due volte la medaglia della presidenza della repubblica per l’impegno contro il razzismo. Askavusa ha organizzato e collaborato a diverse mostre d’arte, convegni, manifestazioni e proggetti. Ha pubblicato “Le rughe sulla frontiera” con Navarra editore, un libro tratto da una mostra di vignette dei maggiori disegnatori italiani che hanno realizzato per l’occasione delle vignette su Lampedusa e l’immigrazione, curata da Gianpiero Caldarella, la mostra continua a girare per tutta l’Italia. Attualmente l’associazione non ha una sede.

Giacomo Sferlazzo è un cantautore, artista e attivista di Lampedusa, tra i fondatori di Askavusa. Ha pubblicato due dischi e a partecipato a diverse mostre in Italia e all’estero.

Costanza Ferrini si occupa da molti anni di letteratura e cultura del Mediterraneo che l’hanno portata a pubblicare numerosi saggi e volumi in diverse lingue. Ha al suo attivo installazioni con artisti di diversi paesi con cui ha realizzato mostre  in particolare  in Italia e in Francia.

3 risposte a “La parola è bussola

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